Mangia e cresci.Le ultime ricerche dalle diete iperproteiche ai pasti sostitutivi per il dimagrimento

Pubblicato: novembre 1, 2010 in Alimentazione, Integrazione
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dieta_iperproteica-306x172Di Jerry Brainum

Le ultime ricerche dalle diete iperproteiche ai pasti sostitutivi per il dimagrimento.Ecco alcune novità .

I ricercatori danesi presenti al congresso hanno esposto i risultati di uno studio che ha avuto come oggetto i presunti pericoli per la salute delle diete iperproteiche protratte a lungo. Proprio il genere di dieta comunemente seguita dai bodybuilder. La dieta iperproteica fatta seguire ai soggetti dello studio prevedeva 1,5 g di proteine per ogni chilogrammo di peso corporeo. Quella quantità ha portato i soggetti ad avere un bilancio azotato positivo, favorevole, a sua volta, all’anabolismo muscolare. Pure se è aumentato anche l’azoto nel sangue e nelle urine, non si è verificata alcuna ripercussione a carico della funzionalità renale o della quantità di calcio nelle ossa. Questo è significativo perché sono proprio gli effetti collaterali a carico di reni ed ossa ciò che preoccupa maggiormente nelle diete iperproteiche.
Alcuni scienziati americani in collaborazione con un’équipe italiana si sono interessati di valutare l’efficacia e la sicurezza dei pasti sostitutivi nel contesto di una dieta dimagrante. Lo studio ha previsto il confronto tra una dieta con un solo pasto completo al giorno e tutto il resto rappresentato da pasti sostitutivi ed una dieta ipocalorica tradizionale. È durato un anno ed ha coinvolto soggetti obesi adulti, tutti al di sopra dei 18 anni. Coloro i quali hanno seguito la dieta con i pasti sostitutivi hanno perso, in media, l’8% del peso in più degli altri con la dieta tradizionale. La conclusione è stata che le diete basate su pasti sostitutivi di ottima qualità sono tanto sicure quanto efficaci al fine del dimagrimento.
Un gruppo di scienziati sudafricani ha indagato cosa accade quando nel contesto di una dieta ipolipidica ed ipocalorica per soggetti adulti obesi, ai quali è stato fatto seguire anche un programma di allenamento finalizzato alla riduzione del peso e della durata di sette settimane, si sostituiscono i carboidrati con le proteine. Una quantità maggiore di proteine sazia maggiormente, ossia il desiderio di mangiare di più è meno forte e, pertanto, è più facile seguire fedelmente la dieta.
Alcuni studiosi olandesi hanno analizzato l’integrazione con il popolare acido linoleico coniugato (CLA) dopo una dieta ipocalorica per la riduzione del grasso corporeo. Cinquantaquattro soggetti obesi, a dieta ipocalorica per tre settimane, sono stati suddivisi con procedura random in gruppi che dovevano integrare la dieta pere 13 settimane con 1,8 g di CLA, 3,6 g di CLA oppure un placebo. Il CLA non ha contribuito al riacquisto del peso dopo la dieta, però ha aumentato la massa magra, il quoziente di efficienza polmonare e il metabolismo basale, tutti indici di un incremento di muscolatura. Ciò suggerisce che il CLA ha un effetto di ripartizionamento: le calorie verrebbero utilizzate per la massa magra e non immagazzinate nei depositi adiposi. In aggiunta, chi ha assunto il CLA si sentiva più sazio.
I ricercatori brasiliani hanno illustrato come la lipolisi, che significa la distruzione delle cellule adipose, sia inibita in ratti adattati ad una dieta iperproteica senza carboidrati. In passato uno studio su cellule in vitro, condotto sempre dalla medesima équipe, aveva rivelato come le cellule adipose di quei ratti non rispondessero più a sostanze che solitamente provocano il rilascio dei lipidi dagli adipociti. Non è chiaro come e perché accada, né abbiamo indicazioni se il medesimo fenomeno si verifichi nell’uomo. In ogni caso sappiamo che introdurre piccole quantità di carboidrati nel contesto di una dieta iperproteica permette di dimagrire maggiormente rispetto a non consumarne affatto.
La maggioranza delle diete ipoglucidiche verte sull’assunto che l’insulina vada ridotta. I carboidrati provocano la massima risposta insulinica nel corpo anche se in minima parte lo fanno pure le proteine ed i grassi. Il controllo dell’insulina è considerato importante se si vuole dimagrire perché la sostanza promuove la sintesi dei lipidi e, al tempo stesso, blocca alcune reazioni favorevoli alla riduzione dell’adipe.
I critici dei programmi alimentari ipoglucidici sottolineano che, indipendentemente dai valori dell’insulina, si ingrassa solo se si introducono più calorie di quelle necessarie. Questo assunto pare confermato da uno studio presentato al congresso da parte di un gruppo danese. Trentadue donne e tre uomini, obesi e iperinsulemici (ossia con una produzione maggiore di insulina a causa della stessa obesità), hanno seguito una dieta ipocalorica per otto settimane. Erano stati precedentemente suddivisi in due gruppi: nel primo i soggetti assumevano un farmaco che blocca la liberazione di insulina, nell’altro ricevevano un placebo.
I ricercatori non hanno riscontrato alcuna discrepanza per quanto riguarda la perdita di peso o la riduzione del grasso corporeo in nessuno dei due gruppi. L’unica differenza significativa è stata che nei soggetti con il farmaco antiinsulinico peggiorava la tolleranza al glucosio. Parrebbe dunque una conferma a quanto pensano molti: l’insulina potrebbe non essere poi tanto importante per la riduzione dell’adipe.
Il team giapponese ha investigato a fondo gli effetti della L-carnosina  sulla tolleranza al glucosio. La L-carnosina è un aminoacido che entra in gioco durante molte funzioni del corpo. Per la muscolatura è un importante tampone intramuscolare mitigando l’acidità che risulta dall’allenamento e che comporterebbe la sensazione di fatica. In questo studio, svolto su ratti sottoposti ad una certa attività fisica, è stato osservato che la carnosina liberata dai muscoli migliorava la tolleranza al glucosio sopprimendo l’attività del sistema nervoso simpatico e favorendo quella del parasimpatico.
Gli scienziati australiani hanno mostrato un modello di topo geneticamente modificato togliendo il gene che codifica la sintesi dell’aromatasi. L’aromatasi è un enzima presente in vari tessuti corporei, compresi quelli adiposo e muscolare, e converte gli androgeni, per esempio il testosterone, in estrogeni. I topi con il gene soppresso non sintetizzavano gli estrogeni.
Per molti bodybuilder può sembrare una buona cosa ma le ripercussioni su quei topi non sono state affatto positive. Accumulavano più adipe sull’addome rispetto agli altri topi oltre ad avere un numero maggiore di adipociti che, tra l’altro, erano anche più grossi di dimensioni. In aggiunta il metabolismo di lipidi e colesterolo non era normale.
Tutto questo ci porta a domandarci quali mai potranno essere gli effetti su quei bodybuilder che usano farmaci ed integratori per ridurre o bloccare l’attività dell’aromatasi e la sintesi degli estrogeni. Un eccesso di estrogeni non va bene, ma troppi pochi comportano problemi a lunga scadenza, non soltanto nelle donne ma pure negli uomini.

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