Melatonina ed invecchiamento: l’ormone che gioca con il tempo

Pubblicato: novembre 21, 2010 in Integrazione
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Tratto da biostatistics.

Quando si parla di invecchiamento non ci si riferisce semplicemente all’avanzare dell’età anagrafica, ma ai cambiamenti organici, cognitivi ed emotivi che sono ad esso correlati. Nel corso dell’invecchiamento, infatti, si verifica una progressiva riduzione età-correlata della funzione di tutti gli organi ed apparati con conseguente aumento della vulnerabilità di fronte a vari agenti patogeni.

Dalla complessità delle problematiche legate alle patologie delle età avanzate deriva la necessità di prevenire l’alterazione del metabolismo corporeo in cui si trova l’anziano sano, colui che rientra il più possibile nei canoni di un invecchiamento fisiologico. Per garantire un invecchiamento il più possibile fisiologico, sono necessari interventi di gerontoprofilassi rivolti ad ambienti diversi. Così per la salute fisica è di grande importanza la riduzione di alcuni fattori di rischio come ipertensione, ipercolesterolemia, fumo, diabete mellito, osteoporosi. Garantire pertanto all’individuo condizioni di vita attiva significa metterlo nelle migliori condizioni per un invecchiamento di successo (successful aging), quello cioè che lo vedrà anche in età avanzata, in condizioni psico-fisiche ottimali ed in piena autonomia di vita.

Da diversi anni la melatonina, principalmente sintetizzata dalla ghiandola pineale (epifisi) in tutti mammiferi, incluso l’uomo ma anche in altri siti quali la retina, la cute, le piastrine ed il midollo osseo (Claustrat e coll., 2005), sta vivendo un periodo di grande notorietà. Da più parti ci si è, quindi, chiesto se si tratta di una moda, di un integratore anti-invecchiamento e se avesse anche altre funzioni biologiche come farmaco essenziale nella terapia del cancro. La risposta si trova nei numerosi dati scientifici a disposizione, i quali hanno permesso di conoscere il suo meccanismo d’azione a livello molecolare, cellulare e tissutale suggerendo i possibili impieghi terapeutici.

Anche se l’anatomia della ghiandola è conosciuta e quindi nota da più di 2000 anni, le molteplici attività della melatonina non sono state completamente identificate e sono tuttora in corso di studio da parte di numerosi gruppi di ricercatori. Al fine di sottolineare l’importanza della ghiandola pineale e del suo “ormone” sul metabolismo di ogni individuo è bene ricordare i concetti di Cartesio, che identificava nell’epifisi la ”sede dell’anima” o come l’organo che presiede alle funzioni psicofisiologiche dell’uomo (Adam e coll, 1974).

La melatonina è prodotta dall’epifisi durante la notte, con un andamento ritmico circadiano basato sulle 24 ore e caratterizzato da livelli molto bassi durante il giorno e, da un incremento notturno, che inizia intorno alle ore 20.00, cresce fino ai valori massimi alle ore 3-4 del mattino, per poi scendere ai normali valori diurni. E’, perciò, importante sottolineare che la luce durante il periodo notturno disturba non solo il ritmo circadiano ma interrompe la produzione di melatonina in quanto essa inibisce il rilascio di norepinefrina a livello della ghiandola pineale (Reiter e coll. 2007). La sua mancanza, invece, durante le ore notturne ne stimola la secrezione, con conseguente attivazione di recettori beta e alfa-adrenergici che, a loro volta, attivano la sintesi e la secrezione dell’ormone stesso. La sua produzione diminuisce col passare degli anni e di conseguenza la sua carenza rappresenta un importante segnale di invecchiamento. Risulta, quindi, intuitivo come sia estremamente importante mantenere stabile a livello ottimale la funzionalità della ghiandola pineale. Studi effettuati da Lesnikov e Pierpaoli nel 1994 hanno dimostrato come la ghiandola pineale se trapiantata da un topo giovane ad uno vecchio, ne prolungasse la vita media come al contrario, il trapianto della pineale “vecchia” in un topo giovane, ne inducesse un rapido invecchiamento.

Per molto tempo, come sopra riportato, la sua azione benefica e protettiva è rimasta sconosciuta, mentre, ora è comunemente accettato che i suoi effetti sono molteplici e che si esercitano su vari organi e cellule attraverso diversi meccanismi che possono o non possono coinvolgere i suoi recettori di membrana come evidenziato da recenti studi effettuati dal team della Sezione di Anatomia Umana (Rezzani e coll., 2009; Rodella e coll., 2010; Rezzani e coll., 2010). All’interno della cellula, è in grado di legarsi alla calmodulina, una proteina intracitoplasmatica ubiquitaria e, in tal modo, ne inibisce l’attività secretoria, contratile, enzimatica, ecc.. All’interno della cellula svolge attività antiossidante, neutralizzando i radicali liberi, direttamente o tramite la stimolazione di enzimi in grado di neutralizzarli. Se somministrata durante le ore serali: migliora significativamente la qualità del sonno e ne riduce la sua fase di latenza; sincronizza i ritmi biologici alleviando e riducendo i sintomi di jet-lag, avvertibili dopo lunghi periodi di volo transcontinentali. Le proprietà antiossidanti sono state dimostrate in vari modelli sperimentali dimostrando la riduzione della perossidazione lipidica (Sharma e coll., 2010), una minore ossidazione delle LDL (Tamura e coll., 2008) e un minor danno sia a livello endoteliale che a carico delle cellule neuronali conseguente a ischemia o indotto da farmaci antiblastici, dallo stress, dall’alcool e dalla nicotina (Bharti e coll., 2009; Rao e coll., 2010; Samantaray e coll., 2009; Kilic e coll., 2008; Rodella e coll., 2010).

Alcuni di questi risultati sperimentali hanno trovato riscontro anche nella pratica clinica dove le sue potenzialità quale ormone anti-aging, sono tuttora oggetto di studio (Mistraletti e coll., 2010). Ridotti livelli di melatonina sono stati, anche, riscontrati in pazienti affetti da cardiopatia ischemica; studi recenti hanno, inoltre, riportato che la sua somministrazione potrebbe essere utile nel ridurre il rischio cardiovascolare in quanto, grazie alla sua azione antiossidante e antinfiammatoria protegge dalle alterazioni vascolari indotte dal danno ischemico (Reiter e coll., 2010).

In conclusione, questa molecola conosciuta da tempo e che sta oggi vivendo una seconda giovinezza scientifica, mostra una notevole capacità di prolungare le nostre aspettative di vita grazie alla sua potente azione antiossidante, che contribuisce significativamente a renderci più sani permettendoci di vivere più a lungo.

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